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Marco Frigerio: un designer for all

#stories 14.04.2020

Marco Frigerio è Industrial Designer per lo studio Arduini Frigerio, è parte del team che si occupa di sviluppare gli ausili.


Cosa fai all'interno del progetto Grippos?
Io sono un designer, di fatto mi occupo di progettare gli oggetti seguendo una modalità diversa, nel senso che il mio scopo non è realizzare un oggetto di design unico, ma piuttosto un prodotto che potrà essere modificato. Partecipo a Grippos con Gianni Arduini per la parte che riguarda il design.

 

Un oggetto modificabile, spieghiamo cosa vuol dire design parametrico?
Parametrico è un oggetto personalizzabile. Di solito i modelli parametrici si usano per ottimizzare, nel caso di Grippos l'oggetto deve rimanere parametrico e aperto in modo che l'utente possa personalizzare forma e dimensione attraverso la piattaforma online. Ho già lavorato in questo campo, ma con Grippos l'approccio è diverso, si lascia aperto il progetto finale.

 

Sei specializzato in Design for All, cosa significa?
Si tratta di una filosofia di design, di una modalità secondo la quale ci si approccia a un progetto considerando la persona per la quale si realizza un oggetto in tutte le sue caratteristiche. I progetti di design si basano su persone standard, col tempo sono stati creati oggetti dedicati a chi è portatore di disabilità. Il Design for All considera la persona come un individuo. Non esiste un oggetto per tutti, è un concetto troppo ambizioso! Si parte da esigenze standard per andare a soddisfare persone con esigenze particolari. In generale il Design for All ha un suo ambito, ma se un oggetto fosse ben progettato, includerebbe molte caratteristiche del Design for All. Anche progettare una maniglia può fare la differenza per chi ha ad esempio dei problemi di presa. 

 

Il processo di lavoro in Grippos comprende anche una fase di co-design, in cosa consiste?
Il co-design è una modalità di progettazione che coinvolge le persone che fanno parte della filiera, nel caso di Grippos parliamo di terapisti occupazionali, medici, associazioni, utenti finali, in generale di tutti coloro che hanno una competenza. Il designer deve ascoltare e fare una sintesi che poi è il prodotto. È un processo lungo, nel caso di Grippos siamo partiti con dei focus group e adesso siamo giunti al momento della progettazione da mettere su carta o computer! Il co-design è un dialogo continuo che nella progettazione normale non c'è.

 

Perché è importante lavorare insieme ai beneficiari di un progetto?
Questa modalità di lavoro diventa necessaria quando si vuole uscire con un prodotto nuovo che non ha già un mercato e quindi ha bisogno di sentire cosa dicono gli attori per tirare fuori davvero qualcosa di utile. Senza contare che mettere insieme competenze diverse arricchisce e crea un bagaglio culturale che si nutre della contaminazione. Ognuno di noi potrà poi portare ciò che ha acquisito in progetti futuri.

 

Come sei arrivato a Grippos?
L'agenzia di comunicazione di Fondazione Cariplo ci ha segnalato (a Gianni Arduini e Marco Frigerio di Arduini Frigerio, ndr) il Progetto Crew, perché erano alla ricerca di diverse figure che avessero avuto esperienze nell'ambito della disabilità. Da uno dei tavoli che si sono costituiti durante quegli incontri è nato Grippos.

 

Qual è il punto di forza del progetto Grippos?
Sicuramente che è un progetto aperto, molto complesso nella realizzazione ma semplice per gli utenti. Sia i terapisti occupazionali sia gli utenti finali hanno la possibilità di usare la tecnologia della stampa 3D, che in questo ambito sta prendendo sempre più piede nonostante non ci siano figure esperte che la sappiano utilizzare. Il configuratore che sarà presente nel sito di Grippos presenta già delle metasoluzioni che il terapista occupazionale può personalizzare in base alle esigenze. Inoltre, sempre il terapista occupazionale, può dare degli input per creare dei nuovi oggetti. 

 

Prossimi passi?
Siamo nella fase della progettazione a seguito degli input venuti dagli utenti. Per farmi capire faccio l'esempio di un ausilio pensato per poter maneggiare una posata. Grazie al lavoro fatto con gli utenti è emerso che il problema maggiore non è tagliare la pietanza, ma tenerla ferma nel piatto.
 

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